Molto
difficile che una stella nasca isolata. Generalmente le
stelle si accendono a grappoli, immerse in gigantesche
nubi di gas e polveri e poi ognuna di esse prende la sua
strada. La più nota tra queste fucine di stelle è
indubbiamente la Nebulosa di Orione, tenuta
accuratamente sotto controllo dagli astronomi perchè ci
può indicare le condizioni nelle quali, quattro miliardi
e mezzo di anni fa, si è formata anche la nostra stella.
E con essa quella numerosa famiglia di oggetti planetari
che costituisce il Sistema solare.
L'individuazione diretta proprio nella Nebulosa di
Orione, grazie al telescopio Hubble, di numerosi dischi
protoplanetari - i cosiddetti proplyds - ha da tempo
ulteriormente contribuito a concentrare su questa
fabbrica di stelle le attenzioni dei ricercatori. Uno
studio nel dominio infrarosso che verrà pubblicato in
agosto su Astrophysical Journal, però, rischia di
raffreddare un po' gli animi di coloro che
interpretavano la scoperta dei dischi di polveri intorno
a numerose stelle quasi come una conferma che il
meccanismo di costruzione planetaria fosse piuttosto
comune. Lo studio è frutto di una serie di osservazioni
alle lunghezze d'onda millimetriche effettuate con le
antenne di CARMA (Combined Array for Research in
Millimeter Astronomy), una rete di 15 radiotelescopi
operante dal 2006. L'osservazione nell'infrarosso,
infatti, è la strada migliore per riuscire a mettere in
evidenza i dischi di polveri intorno alle giovani stelle
destinati a generare nuovi sistemi planetari.
Joshua Eisner (UC Berkeley) e il suo team hanno
effettuato una dettagliata survey delle stelle
appartenenti alle regioni centrali della Nebulosa di
Orione e hanno scoperto che solamente una su dieci delle
oltre 250 stelle prese in considerazione presenta la
tipica emissione a 1.3 millimetri che caratterizza i
caldi dischi di polvere. Ancora in minor numero - meno
dell'8 per cento degli astri osservati - le stelle il
cui disco di polveri, secondo i modelli correnti,
sarebbe in grado di portare alla formazione di pianeti
di taglia gioviana.
Stando a queste ricerche, dunque, le stelle come il
nostro Sole avrebbero davvero una bassa probabilità di
formare pianeti, e ancora più bassa sarebbe la
probabilità di giungere alla formazione di pianeti
grandi come Giove. Un risultato che sembra confermare
quanto emerge dalle attuali ricerche di sistemi
planetari e cioè che soltanto il 6% circa delle stelle
osservate ospiterebbe pianeti di taglia gioviana o più
grandi. I dati di CARMA relativi a Orione, inoltre,
messi a confronto con precedenti ricerche sia su ammassi
aperti più giovani che più vecchi, avrebbero confermato
che esiste una sorta di andamento evolutivo nella massa
media dei dischi di polvere, con gli ammassi più vecchi
caratterizzati da dischi meno massicci, segno evidente
che parte delle polveri già sono confluite in oggetti
planetari.
Prima di giungere a conclusioni affrettate, però, sarà
buona cosa chiarire - sia per la Nebulosa di Orione che
per le altre fucine stellari - quale ruolo possa giocare
l'intensa radiazione emessa dalle massicce stelle di
classe OB, capace di distruggere per fotoevaporazione
parte delle polveri lasciando in tal modo meno materiale
a disposizione per formare i dischi. |