Quando
vennero scoperti - erano gli inizi del secolo scorso -
non si sapeva bene cosa fossero e si pensò si trattasse
di una misteriosa radiazione proveniente dalle
profondità del cosmo. Solo successivamente si scoprì che
si trattava di ioni e particelle subatomiche, dunque
nulla a che vedere con la radiazione propriamente detta,
che sfrecciavano per l'universo con energie spaventose.
A partire dagli anni '60 si cominciò a sospettare che
alle spalle di quelle particelle sparate in giro per il
cosmo vi fossero i resti di supernovae e i campi
magnetici contenuti nei loro fronti d'urto in
espansione. Secondo le teorie correnti, le particelle
cariche intrappolate in quegli intensi campi magnetici
fanno la fine delle palline di un flipper, sballottate
ben bene finchè non si liberano di quella morsa e
sfrecciano via con velocità prossime a quella della
luce.
Lo scorso anno, studiando con l'osservatorio orbitante
Chandra la radiazione X emessa dal resto di supernova
Cassiopea A, gli astronomi avevano visto che la teoria
era in ottimo accordo i dati osservativi. Ora è giunta
un'ulteriore conferma. Sul numero di Nature dello scorso
4 ottobre, infatti, Yasunobu Uchiyama (Agenzia Spaziale
Giapponese - JAXA) presenta i risultati ottenuti dal suo
team studiando quanto resta di una supernova esplosa
nella costellazione dello Scorpione circa 1600 anni fa.
L'oggetto, il cui nome è RXJ1713.7-3946, è stato
osservato ricorrendo al satellite Chandra e a Suzaku, il
satellite giapponese per la radiazione X. Confrontando
le osservazioni con quelle ottenute in precedenti
periodi, i ricercatori hanno scoperto che alcune regioni
del resto di supernova modificavano rapidamente e in
modo drastico la loro emissione di radiazione X, segno
che le particelle responsabili di quell'emissione
apparivano e sparivano piuttosto velocemente in una
limitata regione di spazio.
Lo studio accurato - grazie alla risoluzione garantita
da Chandra - dello spostamento di tali regioni ha
permesso al team di Uchiyama di stimare la velocità di
propagazione del fronte d'urto della supernova e da
questa dedurre l'intensità del campo magnetico. Secondo
i ricercatori è questo intenso campo magnetico che,
accelerando gli elettroni e imponendo loro di
spiraleggiare lungo le linee di forza, li obbliga a
emettere radiazione. La radiazione X osservata in
RXJ1713.7-3946, dunque, sarebbe la ben nota radiazione
di sincrotrone.
Ma il meccanismo di sincrotrone non funziona solo con
gli elettroni. Anche i protoni, infatti, vengono
accelerati nello stesso modo, solo che non irraggiano e
quindi non possiamo avere una conferma osservativa.
Secondo Uchiyama, però, di questi protoni non si perdono
affatto le tracce: viste le energie in gioco, essi hanno
comodamente la possibilità di trasformarsi in quelli che
noi chiamiamo raggi cosmici.
Insomma, sul legame tra resti di supernova e raggi
cosmici c'è molto più di un sospetto. |