NEL VENTRE DELLA MATRIOSKA

di Giuseppe Menardi

 

Ci sono, è la prima volta che salgo quassù di notte e se ci metto anche le visite fatte a questa cima di giorno, è… la seconda.

Non è mai troppo tardi per godere un panorama così ricco, pascoli brinati, fili d’erba decorati con bianchi cristalli luccicanti, preziosamente cesellati dal freddo ed in lontananza, valli profonde e scure coronate da montagne illuminate.


Panorama a 360° dalla cima della Croda del Becco


Ai miei occhi, mentre salgo, si schiude un panorama di vette incantevoli, che si offrono maestose alla luce della luna. Osservo emozionato le cime più alte ormai imbiancate dall’autunno inoltrato, come indossassero un candido scialle, che con dispiacere calpesto; prima traccia su questa cima.

Laggiù, una macchia di luce; faccio fatica a capire che la Luna sfiorando la sommità di questo monte consumato dal tempo, si tuffa a capofitto e accende un fuoco nel mezzo del buio lago di Braies, circondato da scuri guardiani silenziosi, centinaia di metri più in basso.

Vista da Cortina la Croda del Becco chiude la valle d’Ampezzo verso nord con le sue rotondità, ed è conosciuta dagli ampezzani anche con il nome colorito di “el cù de ra Badessa”. IL suo dolce declinare la fa sembrare un colle, ma è roccia che supera i 2800 metri ed il lato nord-est riserva una sorpresa; un baratro strapiombante nero come l’inchiostro, profondo parecchie centinaia di metri. La vista da qui corre libera in un “360 gradi” sulle Alpi Austriache, tutta la Val  Pusteria, tutte le vette dolomitiche più famose, fino alle Dolomiti Bellunesi. 


La Val Pusteria sotto un mare di nebbia e le vette austriache

Lascio i pensieri liberi di scorazzare ovunque, senza un riferimento preciso. Mi catturano le stelle, con Marte brillantissimo sulle Tre Cime, le costellazioni che più mi sono familiari nel cielo autunnale, poi il pensiero si volge al leggendario popolo dei Fanes, al loro parlamento sulle Conturines, illuminate dalla Luna, alla loro saggia regina. La fiaba ci narra di una comunità in pace ed armonia, grazie all’alleanza con il popolo delle marmotte, queste ultime ormai affaccendate nei preparativi per il lungo letargo invernale. Le immagino nel ventre di questo monte, in comode gallerie, nel buio che a loro non fa paura, stringersi le une alle altre in un unico tiepido corpo, un’alleanza per la sopravvivenza, un’intesa per la vita.

L’attenzione vola dall’incanto di paesaggi armoniosi, ombre scure, argentee pareti, perle e diamanti brillanti in cielo, a lontani villaggi rischiarati dal genio dell’uomo per vincere la paura del buio.  Sorrido al pensiero che proprio questa sicurezza, c’impoverisce, accecati e prigionieri di coni di luce. Dalle città non vediamo più il cielo, non lo conosciamo più, inoltre questo spreco di luce, di energia, questo artificio di certezze, è fonte di “terrore” appena ci manca.

Un’alta croce mi sovrasta, non posso dire che sia bella, non è discreta; s’impone, sostenuta da cavi d’acciaio per vincere il vento che spesso sferza questa cima. Guardando questo simbolo di sofferenza e di vittoria sulla morte, di potere e occupazione, di libertà e trascendenza, che muove o conforta milioni di persone, motivo di odio e persecuzioni, santità e vita, slanciata verso il cielo e avvolta dalle stelle come indicatore indiscutibile, cambio pensiero, seguo l’invito e mi immergo lassù.


La croce sulla vetta della Croda del Becco e le stelle del cielo autunnale

Non vedo più le stelle, non c’e più la croce. La mia mente si muove nello spazio. Osservo e sorpasso grandi isole brillanti, altri universi. Quante stelle e chissà quanti pianeti, energie incredibili, stelle giganti, gorghi affamati chiamati buchi neri.

Tutto in trasformazione, come ingranaggi di un enorme marchingegno, ognuno indispensabile. Delicati equilibri che si mantengono e si trasformano con cessione di materia, esplosione, morte e rinascita.  La mia mente non trova riferimenti stabili, sicuri, immutabili. La realtà che normalmente sperimentiamo corre sul filo del continuo cambiamento. Nulla è “reale” nel senso dell’immutabilità, dalle particelle subatomiche con vite brevissime, al nostro corpo, il pianeta su cui viviamo, le cose che guardiamo, tutto ciò che amiamo.

Il presente è un attimo ed è già passato. Anche nell’attimo del presente i limiti dei sensi, ciò che la mente compone, che è in grado di apprezzare dagli stimoli ricevuti, ci impone realtà falsate, superficiali o insufficienti; forse da questa unica certezza i saggi hanno elaborato il “non giudicare”.

L’apparente concretezza e solidità del mondo che ci circonda, che ci ammalia di suoni, colori e profumi, che ci emoziona, che ci travolge di gioia o dolore, tutto risponde a realtà spazio temporali limitate e comunque in incessante trasformazione. Per paradosso l’unica realtà immutabile sembra essere il “vuoto”, il “niente”, il silenzio, contenitori dove ogni cosa compare, dentro e fuori ad ogni atomo, dentro e fuori ad ogni particella, dentro e fuori ad ogni universo.

I confini del mio corpo, della mia mente scompaiono, non vedo molte differenze tra me e ciò che mi circonda, non lo percepisco più come “fuori”, l’universo intero è dentro me, solo lì esiste, la mia mente lo crea in questo momento, la mia mente lo nega catturata da… macchie di colore. Come un pittore davanti ad una tela bianca, o meglio un vetro trasparente; uno spazio apparentemente infinito dove ogni cosa è possibile fino alla prima pennellata, potranno sorgere immagini gioiose, assurde, sofferenti, banali, altre “realtà”, mondi che sgorgheranno dalla mente dell’artista, lui è il creatore del suo mondo, lui limiterà lo spazio infinito entro i confini della sua mente, con i colori della sua mente. Continuo a spostarmi nell’universo, nella mia mente, tra i pochi dati di conoscenza che ho accumulato, vedo le enormi distanze tra le galassie, tra le stelle, e anche tra nucleo ed elettroni.


L'orizzonte verso Cortina; a destra la Luna

Ogni cosa apparentemente materiale é fatta di spazi, di vuoto. Allo stesso tempo ogni cosa ha bisogno di spazio per mantenere la propria individualità, la propria esistenza.

Una Matrioska in cui il vuoto, tra gli atomi o particelle che la compongono, è l’elemento fondamentale di costituzione, ancora il vuoto esternamente alla sua forma apparente è indispensabile per localizzarla oggettivamente, nuovamente il vuoto interno è vitale all’esistenza  di ogni altra Matrioska.

Il freddo si fa sentire e mi strappa da queste riflessioni, da questo viaggio verso l’infinitamente grande, verso l’infinitamente piccolo. Piacevoli, limitate speculazioni; rimane l’intuizione che diventa certezza, corroborata da tutte le filosofie: l’uomo non è fatto per essere posseduto da tante piccole stupide cose di cui è apparentemente appagato, ma realmente imprigionato. L’uomo nasce e cresce nella ricerca della sua identità trascendente, oltre il pensiero, oltre la materia, dentro alla materia, capace di intuire l’infinito, di sperimentarlo. L’uomo “evolve” come osservatore entusiasta della danza  della creazione, consapevole di far parte di quell’unica tela o vetro  trasparente, dove pennellate di colore prenderanno forma e canteranno in continuo mutamento la gloria della vita.  

 

Cortina Astronomica 2007

magiche notti

home page