Poi,
fu finita, sino al 1999…
In questo brano Virginia
Woolf ricorda un viaggio che
Giovedì, 30 giugno
Ora
devo abbozzare l'eclissi.
Verso
le 10 di martedì sera, diversi lunghi treni ben colmi (il nostro di funzionari)
lasciarono Kings Cross. Nel nostro scompartimento c’erano Vita, Harold,
Quentin, L. ed io. Questo è Hatfield, direi, dissi io. Fumavo un sigaro. Poi di
nuovo, Questa è Peterborough, disse L. Prima che fosse buio si continuava a
guardare il cielo; un vello morbido; ma su Alexandra Park c’era una stella.
Guarda, Vita, quello è Alexandra Park, disse Harold. Ai Nicholson venne sonno:
Harold si arrotolò, con la testa sulle ginocchia di Vita. Lei, addormentata,
sembrava la Saffo di Leighton; così il treno s'immerse nell’interno; lunga
fermata a York. Poi alle 3 tirammo fuori i sandwiches e io tornai dal W. C. per
trovare Harold che si faceva pulire via la crema dal vestito. Poi ruppe la
scatola di porcellana per i sandwiches. Qui L. rise senza ritegno. Facemmo un
altro pisolino, o lo fecero i N., poi ecco un passaggio a livello, al quale si
era accostata una lunga fila di pullman e di macchine, tutte accese di pallide
luci gialle Si faceva già grigio, il cielo sempre villoso, pomellato. Arrivammo
a Richmond, alle tre e mezzo circa; era freddo e gli N. Iitigarono, disse Eddie,
per il bagaglio di Vita. Partimmo in pullman, vedemmo un gran castello (A chi
appartiene quello? chiese Vita, che si interessa ai castelli). Avevano aggiunto
una finestra alla facciata e una luce mi sembrò accesa. Tutti i campi ardevano
d'erba di giugno e piante rosse a fiocco, non colorate ancora, tutte pallide.
Pallide e grigie erano anche le piccole, risolute fattorie dell'Yorkshire.
Mentre si passava davanti a una di queste, il fattore, sua moglie e sua sorella
comparvero sulla porta, tutti tirati a lucido e in abiti neri, come se andassero
a messa. A un’altra brutta fattoria quadrata due donne guardavano dalle
finestre alte, che avevano stuoie bianche, abbassate a metà. Il nostro era un
convoglio di tre pullman spaziosi, uno dei quali si fermò per lasciar passare
gli altri. Tutti molto bassi e potenti; aggredivano colli ripidissimi.
L’autista a un certo punto scese e mise una piccola pietra dietro la nostra
ruota: non bastava. Sarebbe stato naturale un incidente; c’erano anche molte
macchine. Queste aumentarono d’un tratto mentre noi ci si inerpicava sulla
vetta di Bardon Fell. Qui la gente si accampava accanto alle macchine. Scendemmo
e ci trovammo altissimi su una brughiera, paludosa e sparsa d'erica, con capanni
per la caccia al gallo di monte. Qua e là c’erano piste d'erba e la gente
s’era già scelta i posti. Ci unimmo dunque a loro, salendo fino a quello che
appariva il punto piú alto sopra Richmond. Laggiú ardeva una luce. Valli e
brughiere si allargavano intorno a noi, declivio oltre declivio. Era come la
campagna di Haworth. Ma sopra Richmond, dove s’alzava il sole, c’era una
morbida nube grigia. Da una macchia d'oro si capiva dove il sole fosse nascosto.
Ma era ancora presto. Si dové attendere, battendo i piedi per scaldarli. Ray
s’era avvolta nella trapunta a righe azzurre, da letto matrimoniale. Appariva
incredibilmente vasta, come un'alcova. Saxon sembrava molto vecchio. Leonard
continuava a guardare l’orologio. Quattro grandi setter rossi vennero a balzi
su per la brughiera. C’erano pecore al pascolo dietro di noi Vita, che aveva
cercato di comperare un porcellino d’India. Quentin consigliava un porcellino
selvatico e osservava gli animali di quando in quando. C’erano punti in cui la
nube si assottigliava, e vi era qualche strappo vero e proprio. II problema era
se al momento giusto il sole si sarebbe mostrato attraverso una nube o
attraverso uno di quei vuoti. Si cominciava a stare in pensiero. Si vedevano
raggi uscire da sotto quelle nubi. Poi, per un momento, vedemmo il sole in fuga,
quasi veleggiasse a grande velocità, chiarissimo in uno squarcio; tirammo fuori
gli occhiali neri; lo vedemmo crescere, ardere rosso; l’attimo dopo era filato
di nuovo nella nube; solo i fasci di luce rossa ne uscivano; poi solo un alone
d'oro, come si vede spesso. Gli attimi passavano. Pensammo di aver mancato
l’eclissi. Guardammo le pecore; non mostravano paura; i setter si rincorrevano
intorno; tutti sedevano in lunghe file, dignitosamente, guardando in su. Io
pensai come fossimo simili ad antichissimi popoli, sul nascere del mondo -
druidi a Stonehenge; (quest’idea mi tornò piú vivida alla prima
pallida luce). Alle nostre spalle, nella nube, c'erano grandi spazi blu. Questi
spazi erano ancora blu, ma ora il colore diminuiva. Le nubi si facevano pallide;
di un nero rossastro. Giú nella valle una sorprendente contesa di rosso e di
nero; e quell’unica luce che ardeva. Tutto era nube laggiú; e bellissimo, e
cosí delicatamente dipinto. Nulla si scorgeva attraverso la nube. I 24 secondi
passavano. Tornammo a guardare l’azzurro; e rapidamente, velocemente, tutti i
colori impallidirono; si fece scuro, sempre piú scuro, come all’inizio di una
violenta bufera; la luce calava; calava sempre; e noi si continuava a dire
questa è l’ombra; e pensammo ora è finito, questa è l’ombra; quando di
colpo la luce si spense. Eravamo caduti. Tutto era estinto. Non c'era più
colore. La terra era morta. Questo fu l'attimo sbalorditivo; e il seguente,
quando, come se rimbalzasse una palla, la nube riprese colore, nulla piú che un
etereo scintillio, e la luce tornò.
I
colori per qualche attimo furono di un’incantevole qualità: freschi, vari;
qui azzurro, là bruno; tutti colori nuovi, come dilavati e poi dipinti di
nuovo.
Ebbi la sensazione fortissima, quando la luce si spense, di una vasta obbedienza; qualcosa che s’inginocchiasse, subito rialzata, quando i colori tornarono. E tornarono con sorprendente leggerezza e rapidità e bellezza, nella valle e sui colli, dapprima con un miracoloso scintillio di cosa eterea, piú tardi quasi naturalmente, ma con un grande senso di sollievo. Era come una guarigione. Eravamo stati molto peggio di quanto avessimo previsto. Avevamo visto il mondo morto. Ciò era nella potenza della natura. Anche la nostra grandezza era stata solo apparente. Ora ritornavamo Ray nella trapunta, Saxon col berretto, ecc. Ora ci mordeva il freddo. Direi che il freddo era aumentato con lo spegnersi della luce. Ci si sentiva lividi. Poi, fu finita, sino al 1999. Ciò che rimase fu il senso di conforto al quale ci si abitua, la quantità di luce e di calore. Questo per un po' di tempo sembrò decisamente il benvenuto. Eppure, quando si fu ristabilito su tutta la campagna, quasi perdemmo quel sentimento di sollievo e di tregua, che avevamo provato quando tornò dopo le tenebre. Come esprimerò le tenebre? Fu un tuffo, quando nessuno se l'aspettava: trovarsi alla mercé del cielo; la nostra nobiltà, Stonehenge; i cani rossi in corsa: tutto questo insieme nella mente. Anche essere sradicati dal proprio salotto londinese e deposti sulla piú selvaggia brughiera d’Inghilterra fu impressionante. Per il resto, ricordo che cercai di restare sveglia nei giardini di York mentre Eddie parlava, e che mi addormentai. E poi di nuovo mi addormentai nel treno. Era caldo e noi tutti in disordine. II vagone pieno di cose. Harold molto gentile e attento. Eddy querulo. Roast-beef e fette di ananas, diceva. Arrivammo alle 8,30 circa.
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