
Deep Impact
4 luglio 2005
di MASSIMO CAPACCIOLI
articolo tratto da "Il Messaggero" del 27 giugno 2005
Ormai manca poco al gran finale d’una missione inconsueta e
intrigante: l’arrivo a destinazione d’un proiettile da 370 chili lanciato sei
mesi fa da un team della Nasa contro il nucleo della cometa Tempel 1 che, ignara
dell’imboscata, se ne va girando tranquilla su un’orbita stretta attorno al
Sole. Il formidabile botto, con relativo spettacolo assicurato da una
mobilitazione dei media senza precedenti, è atteso per il prossimo 4 di luglio,
quando da noi sarà l’ora della prima colazione e nella costa orientale degli
Stati Uniti appena le 2 del mattino: giusto in tempo per far rientrare
l’avvenimento nelle celebrazioni dell’Independence Day. Non si tratta, è ovvio,
d’un atto di guerra seppure stellare, ma d’un singolare esperimento scientifico.
Ecco quel che succederà e perché.
Attualmente l’impactor, come si chiama in gergo il proiettile di rame grande
come una lavatrice, è ancora abbracciato ad un partner che avrà poi il compito
di documentare la memorabile “sassata” da una distanza di sicurezza di 500
chilometri, trasmettendone a terra immagini e misure. I due moduli si
separeranno solo in prossimità dell’obiettivo, il 3 di luglio, quando al
kamikaze verrà ordinato di dirigersi sul nucleo cometario e colpirlo. E’
evidente che centrare un oggetto non più grande dell’isola d’Ischia al termine
d’una traiettoria di mezzo miliardo di chilometri e alla velocità di 23 mila
chilometri all’ora (quanto basterebbe per raggiungere Napoli da Roma in 30
secondi!) richiede una mira strepitosa. Infatti, sebbene le moderne tecniche di
lancio garantiscano un preciso incrocio del proiettile col pur veloce bersaglio,
anche un minimo errore di rotta nell’ultimo critico tratto potrebbe vanificare
la missione, il cui intento non è di sfiorare la cometa, ma di colpirla in
pieno. Perciò, dopo essersi diviso dall’unità di fly-by che ha fatto da
capo-carovana durante tutto il viaggio, l’impactor uscirà dal parassitario
letargo: i tecnici Nasa attiveranno l’intelligenza e la sensibilità di cui è
dotato, che il robot utilizzerà per centrare l’obiettivo tramite piccoli
aggiustamenti da lui stesso decisi e attuati. Proprio come facevano gli
intrepidi piloti giapponesi guidando i loro caccia Zero a schiantarsi contro le
navi americane. Lo scopo era allora di contrastare il nemico con un gesto
disperato. La Nasa, invece, non mira affatto ad “affondare” la cometa. Né
potrebbe, perché il proiettile sta al corpo celeste come un moscerino ad un jet
di linea!
Qual è allora l’obiettivo di tanta apparente violenza, di questo deep impact che
è anche l’hollywoodiano nome della missione? Produrre sulla cometa una ferita
che si prevede larga come un campo di calcio e profonda come un edificio di 10
piani, per caratterizzare la struttura del corpo e sollevare un gran “polverone”
che gli strumenti dell’unità di fly-by fotograferanno e analizzeranno, al fine
di carpire qualcuno dei segreti dell’antico viaggiatore. La Tempel 1 è infatti
il rappresentante senz’altri meriti d’essere nel luogo giusto al momento giusto
d’una numerosa famiglia di oggetti, le comete, che sono vere e proprie scatole
del tempo. Palle di ghiaccio, di polveri e di gas avanzati all’atto della
formazione del Sistema Solare, 4 miliardi e mezzo d’anni fa, preservate nell’ultra-deep
freezer dello spazio profondo, molto al di là dell’orbita di Plutone, esse
conservano intatti i segreti delle origini. Di quando in quando ne viene spedita
una nel Sistema Solare interno dalla dialettica delle forze esercitate dalle
stelle vicine al Sole. Talvolta la cometa sopravvive al tuffo e al riscaldamento
solare e, dopo un lungo viaggio, rincasa più o meno indenne. Sennò viene
catturata da un pianeta maggiore su orbite sempre più strette, e così condannata
a morte per disgregazione: come una bottiglia d’acqua gassata cui il calore del
Sole abbia fatto saltare il tappo. Dai suoi resti talora nascono le piogge di
stelle cadenti.
L’impatto sulla Tempel potrebbe risultare visibile da terra anche soltanto con
un modesto strumento, sapendo dove guardare e potendo godere del favore della
notte. In effetti il polverone, irrorato dalla luce del Sole, rischia d’essere
parecchio luminoso. Ma il vero spettacolo ci verrà dalle camere del fly-by, da
quella dell’impactor che registrerà sino a qualche istante prima dell’urto, e
dai grandi telescopi spaziali allertati per l’occasione. Per parte loro i media,
assistiti da scienziati bisognosi della “benevolenza” del pubblico, ci faranno
vivere in diretta quest’avventura della conoscenza, che può essere anche vista,
celiando, come la prima “vendetta cosmica” della nostra specie. Per miliardi
d’anni le comete hanno infatti bombardato la Terra provocando ogni sorta di
cataclismi al nostro habitat, tra cui forse anche quello noto come diluvio
universale. Per una volta il gioco passerà di mano. Come a dire che, prima o
poi, quel ch’è fatto è reso!
Così tuonavano i cannonieri...
di MASSIMO CAPACCIOLI
articolo tratto da "Il Messaggero" del 5 luglio 2005
COLPITA! Così tuonavano i cannonieri dei
galeoni, nei romanzi di Salgari che hanno alimentato d'avventura la nostra
giovinezza, ad ogni bordata andata a buon segno. E così hanno urlato stamane i
tecnici e gli scienziati della Nasa, con la medesima eccitazione ma per ben
altra causa che l'affondamento dell'avversario, quando in orario perfetto il
proiettile lanciato da Terra sei mesi fa ha centrato in pieno la cometa Tempel
1. A Pasadena, in California, dove l'agenzia spaziale americana ha la sua base
operativa, era ancora la sera del 3 luglio. Ma nella lontana costa orientale
degli Usa che, non scordiamocelo, sono un continente la mezzanotte era già
passata da quasi due ore, legittimando così l'inserimento di questo ulteriore
trionfo della tecnologia statunitense tra le iniziative per celebrare il Giorno
dell'Indipendenza, secondo un modello generalizzato di captatio benevolentiae
cui anche la scienza moderna sembra dover soggiacere, nel bene e nel male!
Tutto è andato secondo i piani e nel più completo rispetto dei tempi, e Davide è
riuscito a colpire Golia con una frombolata ben assestata che, se pur inadeguata
ad abbattere il gigante ma non era questo lo scopo, almeno ora , è servita a
fargli versare un po' del suo sangue e dunque a farcelo conoscere meglio. Lo
scopo della missione è infatti di sondare le caratteristiche strutturali e
interne della Tempel alla maniera dei bimbi intelligenti, che rompono i
giocattoli non per stizza ma per veder quel che c'è dentro. A noi questo
“giocattolo” celeste interessa particolarmente, perché pensiamo che le comete
siano gli scrigni contenenti i resti intatti di quell’antico mondo che, 4
miliardi e mezzo d'anni fa, diede origine al Sistema Solare e quindi anche a
noi.
Come è già accaduto in passato per imprese analoghe, i risultati scientifici
verranno dopo, fra qualche mese, quando i ricercatori avranno avuto tempo e
concentrazione necessari ad elaborare e analizzare i dati raccolti dall'
impactor , dalla sonda di appoggio, e dai numerosi e potenti occhi spaziali
e terrestri puntati sul luogo del “misfatto”. Oggi è il giorno della legittima
gioia, della promozione, e dello stupore. Com'è possibile che un colpo sparato
tanti mesi fa si chiederà infatti qualcuno, interessato più al fatto che alle
sue conseguenze dopo una traiettoria così lunga e tortuosa sia arrivato a
destinazione su un bersaglio relativamente minuscolo ed esattamente nel tempo
previsto? In effetti, il problema che la missione Deep Impact presentava
alla Nasa non è diverso da quello di un cacciatore che voglia colpire un'anatra
in volo: bisogna mirare davanti al becco tenendo conto dei reciproci spostamenti
durante il tempo di volo del proiettile. Ma ci sono alcune differenze che hanno
reso, paradossalmente, il compito della Nasa quasi più facile di quello del
cacciatore. L'anatra è un essere pensante e per questo è imprevedibile,
diversamente dalla cometa. Il cacciatore, poi, per mirare usa il proprio
cervello, l'esperienza e una naturale abilità, mentre il tecnico spaziale
dispone di formidabili elaboratori elettronici che, pur senz'anima e fantasia,
calcolano e scelgono velocemente e senza errori. Inoltre, la rosa dei pallini
sparati dalla doppietta è passivamente affidata al gioco combinato della propria
energia di movimento, della gravità e dell'attrito dell'aria, magari mossa dal
vento. All' impactor , invece, sono stati consentiti dei “ripensamenti”,
cioè degli aggiustamenti di rotta in corso d'opera per mezzo di piccoli motori:
ritocchi che trasformerebbero un cacciatore in un inesorabile killer. Tutto
questo, naturalmente, senza nulla togliere al merito di chi ha pensato e
realizzato una missione lampo, di costo relativamente basso, 250 milioni di
euro, ma sempre più alto di una cartuccia da caccia, e di pieno successo a
dispetto di quell'insidiosa legge di Murphy che la Nasa ben conosce e che recita
così: se qualcosa può andare storto, ci andrà. Ma questa volta a fare cilecca è
stata proprio la regola iettatrice.
Lo sbuffo di polvere sollevato dall'urto dell' impactor , fotografato
dalla sonda di appoggio piazzata nelle vicinanze della cometa, ha fatto subito
il giro del mondo. Oggi è l'immagine simbolo di un'umanità che, a dispetto della
propria fragilità, ha saputo scalare le più alte vette della conoscenza
acquisendo strumenti sempre più raffinati e potenti per dominare il mondo, senza
aver però imparato a controllare ancora egoismi e passioni. Tanto che, mentre la
scienza gioisce e la gente attonita applaude col naso incollato alla tv,
qualcuno s'ingegna ad attivare “specchietti per le allodole” per attirare
l'attenzione sul dramma di un esercito di poveri che non fanno notizia.